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Farsi del male meditando

Ho incontrato questi giorni una persona che mi ha raccontato di come una certa pratica di meditazione, sperimentata in una certa comunità, la portava molto in alto e di come ha smesso la pratica e la frequentazione di quell'ambiente, perché la sradicava.
La persona è una di quelle che ha bisogno di appoggiare, essendo di suo piuttosto aerea.
Ha bisogno di aderire al quotidiano, alle sequenze logiche, alla praticità del fare, ad una minima disciplina della routine.
Se le si offre la possibilità della trascendenza va, andava, volentieri, ma si faceva del male.
Fa male a tutti quella pratica? Non saprei, ad alcuni di sicuro.
Ci sono meditazioni che tendono a produrre stati di coscienza alterati; ce ne sono altre, come lo zazen, che ancorano saldamente la persona  al reale.
Inutile dire quale sia la nostra preferenza: la condizione unitaria si sperimenta nell'adesso che accade, dentro alla ferialità dell'accadere, non nello stato di coscienza prodotto ad arte.

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