Parola e ascolto: una radicalità

Se avete tempo, ascoltate questa bella intervista di Enzo Bianchi a Radio Vaticana sul cibo, sul cibarsi come relazione.
L'esposizione di Enzo è fortemente simbolica, non c'è frase che non apra su mondi, non c'è immagine che non evochi esperienze: istruttivo e affascinante è ascoltarlo.
E' un procedere molto diverso da quello che ho seguito l'altra sera, durante "Domande sul vivere e sul morire", sulla spiaggia, in riva al mare.
Ho usato, in passato, quella ricchezza simbolica in cui Enzo è così bravo; in particolare durante le meditazione guidate, le aperture su altro erano continue, quasi ogni parola apriva su mondi ampi e profondi e il tutto era tenuto assieme dall'evocazione di immagini unitarie che creavano, nell'interiore, l'esperienza di una indissolubile unità.
Poi ho smesso. Ho sentito che era troppo, che non dovevo farcire di iperbole il mio discorso, che dovevo contenerne il respiro simbolico, che dovevo stare basso: spogliare, togliere, ridurre all'essenziale.
Può darsi che a forza di togliere non rimanga niente, è un rischio da correre.
Se dici cento parole e ci sono dentro venti riferimenti simbolici, l'ascoltatore è impressionato, vive un impatto forte, è avvolto e condotto dall'atmosfera che crei.
Se usi cento parole e ci metti tre immagini, tre simboli; se il linguaggio è scarno, l'ascoltatore si trova in una specie di deserto, non è condotto, deve darsi da fare, deve ascoltare più in profondità, deve divenire più attento, più sensibile, più ricettivo: deve abbandonarsi più in profondità.
Questa seconda operazione è quella che mi sembra di stare facendo.