Quanto può adattarsi chi insegna?

Non pochi anni fa, ho scelto di privilegiare l'aspetto pedagogico e didattico del Sentiero, contenendo la proposizione diretta dei vissuti, del sentire che il Sentiero stesso ha generato.
Quella scelta è stata determinata dalla necessità di offrire un cibo commestibile a chi ascoltava, a chi ci seguiva: intenzionalmente un sentire è stato piegato ad una didattica, in modo che potessimo intenderci e procedere assieme.
L'ambito "integrale" di quel sentire è stato descritto, per quanto sia possibile descriverlo in parole, nei capitoli 3 e 4 del libro L'essenziale: lì è stato deposto, conservato, forse protetto mentre ci si impastava con la realtà e con i suoi limiti.
L'obbiettivo era farsi capire, fornire gli strumenti di accesso ad un mondo, ad un paradigma, ad una possibilità di sperimentazione della libertà dal condizionamento.
Esprimere l'ampiezza di quel sentire, avrebbe dato inizio allo spettacolo dell'esporsi senza che altri potessero trarne reale beneficio: adattarsi al limite dell'altro, ha permesso di trovare tempi e modi per farsi intendere, per accompagnare passo passo, caduta dopo caduta.
C'è qualcosa che avverto come sbagliato nel proporre un sentire che da altri non è condiviso, un senso del pudore mi investe.
Allo stesso tempo avverto come limitante il dover contenere l'esposizione di quel sentire e, forse, come non più sostenibile quella limitazione.
Ogni insegnamento ha una pedagogia ed una didattica, ogni esperienza del sentire ha i suoi simboli e i suoi modi per essere trasmessa: nella didattica si è certamente espressa l'ampiezza del sentire, ma oggi è come se quell'ampiezza volesse liberarsi della sua funzione propedeutica, non curarsi del come e del dove va a cadere, affrancandosi da quella responsabilità.