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Il giusto impegno

[..] Nevicava la sera in cui, per la prima volta, il secondo patriarca si recò a Shōrin per incontrare Bodhidharma. Non fu ammesso al suo cospetto e tutto quello che poté fare fu starsene in piedi, fuori, nella neve.
Si dice che venne la sera e che la neve avesse raggiunto l’altezza del suo petto prima che gli venisse rivolta la parola. In risposta alla replica di Eka che affermava di essere venuto in cerca del Dharma, il fondatore disse: “Non è una questione semplice”. Il secondo patriarca che aveva ben compreso ciò, come prova della sua determinazione si tagliò un braccio e lo offrì a Bodhidharma. Il quale disse: “In questo caso…” e lo accettò come discepolo. Questo è il racconto di come il secondo patriarca giunse alla realizzazione del Dharma, del vero insegnamento. Sebbene si dica “si tagliò un braccio” credo si tratti di un’espressione simbolica per “solo coloro che sanno, avendo messo da parte il proprio corpo, sono ammessi ”. Mettere da parte il proprio corpo significa mettere in atto uno sforzo al di là delle proprie normali capacità. Dōgen, riferendosi a questo aspetto, dice “gettare via il corpo”, così come nove per nove diventa ottantadue. Nove per nove è ottantuno (25), ma noi pratichiamo la Via con l’energia che occorre per far sì che sia ottantadue. E’ l’energia che in termini buddisti è chiamata retto sforzo (impegno).[...]

Yokoyama Sodō (?-1980), contemporaneo e confratello di Uchiyama Kōshō, nel 1936 divenne discepolo di Kōdō Sawaki. Visse nel monastero Antaiji, allora collocato alla periferia di Kyōtō, sino al 1957, anno in cui si trasferì nella cittadina di Komoro, tra le montagne del Giappone centrale, dove per molti anni gestì una sorta di monastero all’aria aperta. Trascorreva il suo tempo nel parco Kaikoen (Nostalgia del Passato), che circonda un antico castello, facendo zazen in mezzo agli alberi e “suonando” una foglia da cui riusciva a ricavare delicate melodie. Per questo divenne famoso come “il monaco dal flauto di foglie”.
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