La consapevolezza e lo sguardo profondo

Se una persona è identificata con i recitati della propria mente e se non ha ancora un sentire adeguato, non comprende come si possa partecipare pienamente della vita e nel contempo transitarla da stranieri.
Come possano coesistere simultaneamente l'esserci e lo scomparire.
La persona che ha affrontato se stessa, e le proprie proiezioni ed illusioni, sa che la realtà non è quella che appare: chi ha guardato nello spazio delle angosce, delle paure, dei vuoti e dei silenzi, dei pieni incontenibili  in maniera più o meno conscia, ha compreso che c'è dell'altro, molto d'altro.
Nel Sentiero lavoriamo per tenere insieme la piena manifestazione di sé, con l'irrilevanza, l'insignificanza, l'impermanenza e l'illusorietà di questa manifestazione oltre la quale c'è la sterminata esperienza dell'essere.
Diamo del cibo alla mente/identità e glielo sottraiamo. Cerchiamo di svelare i meccanismi dell'illusione e ci radichiamo in quella dimensione che non vacilla, che non è erosa dai tarli e che è l'unitaria realtà dell'essere.
Come cerchiamo di sperimentare la congiunzione degli opposti?
Vivendo consapevoli di ogni attimo, di ogni fatto colto nel suo accadere e poi lasciato andare.
La vita consapevole ci rende vivi e rende vivida ogni realtà sperimentata: è la consapevolezza la radice del vivere pienamente, dell'osare, dell'esserci vero.
Ma la consapevolezza, se è sorretta da un solido paradigma interpretativo, svela anche ciò che c'è tra scena e scena e nella natura intima di ogni scena.
La consapevolezza da un lato ci fa sentire di vivere, dall'altro ci mostra la vacuità di quella illusione, tutto dipende da quanto il nostro sguardo è profondo, penetrante, acuto.
La consapevolezza può confermare l'esserci identitario, come può svuotarlo, tutto dipende dalla natura di quell'essere consapevoli.