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La rappresentazione ha bisogno dello spettatore

La coscienza apprende per mezzo delle esperienze da essa stessa generate. E' come un artigiano che idea una soluzione e poi la deve applicare per verificare che funzioni.
L'identità è un aspetto residuale del processo, si serve delle esperienze per trarne alimento, senso di esserci e di esistere con tutto il rosario dei diritti e delle rivendicazioni a questo collegati.
La rappresentazione ha bisogno dello spettatore, sia quella della coscienza che quella dell'identità, le due in perfetta continuità: l'una genera l'altra.
La qualità dei dati ricavati viene elaborata in modo differente dalle due protagoniste: alla coscienza interessa apprendere lungo la via dell'amore, all'identità trovare conferme.
Ma quando la spinta alla rappresentazione si affievolisce fino a scomparire?
Quando il bisogno di uno spettatore viene colto come il residuo di un sentire oramai morto? Come il frutto di un sottile condizionamento identitario e niente di più?
Cosa resta allora se non c'è interesse per la rappresentazione?
L'essere condotti, senza progetto, senza finalità, senza scopo.
Di cosa si sostanzia il nostro quotidiano, allora?
Non del conosciuto: nel confronto inevitabile con la solitudine e con il non senso, l'attenzione è sull'accadere, sui fatti e sul loro scorrere, su tutto ciò che precede il teatro del divenire.
Diveniamo vuoti di divenire, pervasi di essere.
Quell'essere poco ha a che fare con ciò che la mente immagina e con ciò che gli imbonitori e i suggestionatori raccontano.

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