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E' accessibile a tutti lo stato di "illuminazione"?


Dice  Eckhart Tolle nel brano riportato nel post di ieri:  
[...] In seguito qualcuno cominciò a venire da me a dirmi: “Voglio quello che hai tu. Puoi darmelo o mostrarmi come si fa ad averlo?”.
E io rispondevo: “Ce l’hai già. Non lo percepisci perché la tua mente fa troppo rumore”.[...]
In linea teorica l'affermazione è fondata, in pratica è decisamente approssimativa.
Non abbiamo comunemente accesso a quello stato che chiamiamo di illuminazione, non perché la nostra mente fa rumore, ma perchè non possediamo sufficienti comprensioni acquisite, un corpo della coscienza adeguatamente strutturato.
Con il termine "illuminazione" viene impropriamente indicato lo stato di vita unitario, oltre la dicotomia umano/Assoluto, io/tu, divenire/essere.
In realtà l'esperienza dell'illuminazione può essere qualcosa di molto complesso, articolato e con una estensione molto differente da caso a caso: ci sono illuminazioni che conducono al nucleo della vita unitaria, ed altre che la prefigurano transitoriamente; tra i due estremi c'è un'ampia gamma di situazioni intermedie.
Non c'è forma di vita che non sia natura dell'Assoluto.
Tutte le forme di vita realizzano la loro condizione nel divenire condizionate dallo spazio e dal tempo, dalla struttura dei propri corpi e dalla varietà dei sensi.
L'umano ha tre corpi transitori che si rinnovano di incarnazione in incarnazione: mentale, emotivo-astrale, fisico;
un corpo permanente intermedio: il corpo della coscienza, o akasico;
tre corpi spirituali superiori permanenti.
Questo dice la saggezza e la conoscenza esoterica di tutte le tradizioni e di tutti i tempi.
I corpi inferiori e la consapevolezza ad essi correlata, si manifestano nel divenire, nel tempo, nella dimensione dello sperimentare, dell'acquisire, del migliorare.
Il corpo intermedio della coscienza è, in parte, immerso nel divenire, in parte nell'essere senza tempo.
Questo corpo è l'interfaccia tra i corpi spirituali e la consapevolezza unitaria di cui sono portatori, e i corpi transitori con la loro consapevolezza relativa, condizionata dal divenire e dalla immagine di sé separata dall'insieme che contribuiscono a creare.
Il ciclo delle incarnazioni, da 80 a 120 in forma umana, secondo il Cerchio Firenze 77 e il Cerchio Ifior, hanno il compito di strutturare il corpo della coscienza: quando questo ha acquisito lo stato di sentire necessario, ha termine il ciclo di esperienze incarnative e la coscienza non genera più personalità incarnate.
Assistiamo all'uscita dal ciclo delle nascite e delle morti.
A seconda di quanto il corpo della coscienza è strutturato, di quanto ampio è il sentire di quella coscienza, sono accessibili le condizioni d'essere proprie dei piani spirituali.
Al sentire più ampio corrisponde una maggiore facoltà intuitiva di accesso allo stato unitario.
Ciò non toglie che ad uno stato di sentire medio con una disposizione mistica, non siano accessibili aspetti di quello stato, in via più o meno transitoria.
In sé dunque, il termine illuminazione è molto fuorviante: a quale condizione si riferisce?
(Mi risulta che la cultura spirituale orientale abbia indagato a fondo la questione, distinguendo tra stati e stati)
Lo stato unitario è accessibile in vario modo ad un sentire molto ampio, ed è praticamente inaccessibile, salvo eccezioni, ad un sentire non evoluto.
Quindi non è vero che "tutti già l'hanno", è vero invece che, essendo immersi nella dimensione del divenire, l'avranno quando il corpo della loro coscienza sarà strutturato: oggi non hanno quella possibilità e, normalmente, nemmeno si pongono il problema dell'averla o meno.
D'altra parte, una coscienza all'ultima incarnazione, quindi decisamente ampia ed evoluta, può avere nodi karmici ed esistenziali tali da portare a compimento, da essere completamente assorbita da essi senza aver spazio per coltivare la condizione unitaria che già possiede.
Direi, concludendo, che la faccenda è un po' più complessa di come viene scodellata.
L'esperienza dell'illuminazione o, meglio, della vita unitaria, è questione che riguarda i pochi che a quella esperienza possono approssimarsi, che possiedono un sentire tale da avere accesso a quella condizione: per essi è giusto dire che "già l'hanno"; non è corretto per tutti gli altri, non è una condizione a tutti accessibile nel divenire, è una condizione presente nell'essere di tutti, ma l'essere si dischiude attraverso il divenire quando questo ha assolto alla sua funzione.

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