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Senza un dio in cui confidare

Mi colpisce lo sforzo di Papa Francesco rivolto a caratterizzare l'aspetto misericordioso del dio nel quale crede. Dopo millenni di un dio-giudice e padre, avanza ora una comprensione più vasta che si caratterizza per la presenza di elementi propri del femminile. Buon per coloro che condividono questo sforzo.
La nozione di dio è morta in me e le dispute sulle sue qualità non mi appassionano.
Sono diventato agnostico?
In generale il termine agnostico (dal greco antico ἀ- (a-), "senza", e γνῶσις (gnōsis), "sapere", "conoscenza") indica un atteggiamento concettuale con cui si sospende il giudizio rispetto a un problema, poiché non se ne ha, o non se ne può avere, sufficiente conoscenza. In senso stretto è l'astensione sul problema del divino. Fonte
 Ho indagato e indago senza sosta non la natura di dio, ma la natura del vivere consapevole che è in questa che si svela il principio che la genera.
Sono giunto alla conclusione provvisoria e precaria che tutta la realtà è volto, parola, gesto di dio.
Sono anche giunto alla conclusione che non c'è discutere più futile di quello su dio, essendo la sua natura sperimentabile non con la mente che ne discute, ma con la coscienza che lo sente.
Infine mi è chiaro che non c'è alcun dio che interviene nella storia, ma la storia è il dispiegarsi del volto-parola-gesto di dio, ovvero della molteplicità dei sentire che lo compongono, pur non esaurendo la manifestazione dell'essere che gli è proprio.
La storia è compiuta da quei sentire che chiamiamo uomini e che altro non sono che aspetti del sentire unitario, i mille gradi di quel sentire che divengono, dal più limitato al più ampio, nell'effimera illusorietà del tempo.
Nella vita che vivo non posso confidare in un intervento di un dio incline ad assecondarmi, ma posso riporre la mia fiducia nella natura della realtà che sperimento e che è regolata dal "respiro di dio", dalla legge che è implicita al suo essere.
La mia fiducia non si fonda su di un dio altro da me, ma sulla consapevolezza che il piccolo essere che chiamano con il mio nome non è esterno a dio, ma relativa manifestazione delle sue leggi e del suo essere.
Confidare in dio avrebbe il sapore dell'estrarsi da dio e proiettare su di lui una speranza, operazione illusoria che solo con la mente si può realizzare.
Essere in dio significa che nulla del sentito, pensato, provato, agito è estraibile dall'essere suo, che tutto è natura sua, che non esiste alcuna necessità di confidare in qualcosa che già è, che sta accadendo e basta saperlo osservare, basta esserne consapevoli basta essere quello.
L'essere in dio è relazione fondata sul sentire che testimonia in modo inequivocabile l'essere unitario di tutti i gradi di sentire.
Il tutto fin qui detto, in altri termini:
se ho problemi di fiducia in me stesso, debbo vedere quel deficit e indurmi a confidare sulle mie capacità.
Vedo me e il presunto deficit; vedo le presunte capacità e genero una interpretazione di me come quella di "colui che può, che è capace".
Ma se non ho problemi di fiducia in me stesso, opererò in modo assolutamente naturale non interrogandomi più di tanto: sarà per me scontato essere all'altezza e non ci sarà alcun bisogno di generare una interpretazione di me.
Se mi reputo altro da dio, genero una interpretazione di dio e di me in relazione con lui.
Ma se ho compreso che non c'è dio e non c'è roberto e c'è solo la realtà?

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