Il valore e il limite dell'analisi critica

E' la mente che analizza criticamente una realtà, un fatto.
Da chi è mossa la mente in questo procedere? Dal bisogno identitario di definirsi, dall'esigenza della coscienza di acquisire dati?
Aspetti del problema:
- l'intenzione che muove l'analisi critica è quella di frammentare, disaggregare e sostanzialmente distruggere l'oggetto dell'analisi, o è quella di indagare per conoscere, analizzare per avere a disposizione una maggiore quantità di dati?
- L'analisi mette in discussione l'agente o i fatti, ed è separabile l'agente dai fatti?
Questioni che non voglio affrontare estesamente qui, vorrei limitarmi ad una sintesi.
I fatti parlano di chi li compie, l'analisi critica dei fatti è anche analisi critica del processo del compierli e di colui che li compie, del suo compreso e non compreso.
Il problema non è se l'agente è sottoposto alla critica, il problema è se non è coperto dal "manto della compassione".
L'analisi critica affonda nella realtà e la dinamizza, in ambito spirituale il problema è macroscopico.
L'atteggiamento di fede e di fiducia abilitano comportamenti, espressioni, paradigmi che umiliano l'intelligenza e la comprensione.
L'eccesso di analisi critica produce frammentazione ed eccesso di mente, l'emergere del fattore identitario piuttosto che di quello coscenziale.
Ma il problema vero, almeno dal mio punto di vista, è la presenza o meno del respiro della compassione nel mentre l'analisi accade, nell'intenzione che la muove, nelle conseguenze che determina.
Illuminati dalla compassione possiamo muoverci molto liberamente, ma chi stabilisce il livello di compassione presente in una analisi critica?
Quanto è grande il rischio di raccontarsela?