Alcune riflessioni a partire da Wild Wild Country

Ho guardato una parte del primo episodio di Wild Wild Country su Netflix.
Narrazione lenta, per durare. Efficace perché trasmette un clima.
Fine anni '60, Osho è la possibilità interiore che si apre ad una moltitudine di giovani occidentali; la possibilità di un approccio alla loro portata che non parte dal rinunciare, ma dall'esprimersi, dal concedersi di essere, dallo scoprire quello che si è.
Musica per le orecchie occidentali avvezze alle litanie oramai vuote del cattolicesimo e del cristianesimo in genere.
La via interiore da perseguire non attraverso il rinunciare, ma attraverso il conoscere che porterà al perdere, comunque, ma quel perdere che non deriva da un atto di disciplina, di obbedienza, di rinuncia a sé più o meno forzata: è il perdere frutto di un processo e dunque naturale.
È un togliere veli fino a svelare il germoglio nascosto.
Questo voleva una intera generazione di giovani e questo ha provato a realizzarlo anche attraverso la via politica mosso da un'inquietudine esistenziale profonda, non definita, non consapevole: Osho è sta la sua possibilità nel campo dell'interiore e dello spirituale.
Osho è stato il sogno unitario: politico, sociale, interiore, spirituale.
La persona adatta nel momento giusto per un'utenza molto vasta che attendeva soltanto un attivatore.
Oggi potrei fare una critica feroce di quei modi, di quel mondo, di quelle relazioni, di quell'approccio del quale pure riconosco il notevole valore.
Potrei fare quella critica, ma non la sviluppo, non ha senso: è successo allora, in un'altra vita, in un altro tempo.
Oggi niente è come allora, noi non siamo più gli stessi: l'uomo che poteva subire quella fascinazione è sepolto da un tempo indefinito.