La contemplazione, prima ed ultima disposizione

Ho consapevolmente e deliberatamente coartato la mia proposta e, di conseguenza la mia esperienza.
Nel tentativo di venire incontro alle esigenze dell'organismo che erano prevalentemente evolutive, ho lavorato senza sosta sul paradigma dell'essere e del divenire come esperienza simultanea sapendo che i miei interlocutori avrebbero innanzitutto e primariamente colto il divenire e ciò che gli è proprio.
Non ho dunque sviluppato quanto di più vasto avrei potuto, ma ho posto l'attenzione agli strumenti che potevo loro trasmettere per affrontare se stessi e la vita del loro quotidiano.
Questo spiega il grande spazio riservato, ad esempio, al paradigma del Cerchio Ifior, adatto a chi nel divenire è immerso.
E spiega la limitatezza della proposta contemplativa, colta dall'organismo come eccessivamente astratta e avulsa dal suo sperimentare.
Nel servire, anche questo è stato un tributo pagato di buon grado, sebbene mi introducesse ogni giorno di più in un campo non mio, ma che ho dovuto sentire come mio per poterlo incarnare e proporre.
È stato un bagno di concretezza che è servito anche a me.
Ora ho davanti la necessaria opera di riposizionamento: come una persona con il fegato intossicato deve depurarsi, io debbo pian piano liberarmi delle vesti del servitore che si adegua ai bisogni del suo interlocutore del momento, per tornare ad esprimere compiutamente la nota che posso emettere, quella unitaria che mi può attraversare.
Non l'avverto come un lavoro lungo, ma ho chiara consapevolezza di avere, per troppo tempo, assecondato qualcosa che solo in parte mi corrispondeva e che non liberava che relativamente lo spazio interiore che mi abita.
Quindi l'attività delle prossime settimane sarà fondata sul togliere, sul lasciar andare, sul pulire, sul purificare, affinché ciò che esiste sotto la coltre del condizionamento possa nuovamente essere.