Una riflessione sul cammino comunitario e i suoi pericoli

Quella che segue è una riflessione personale e non ha l'intento di produrre alcunché, o di stimolare qualcuno: in questo spazio, in eremosilenzio.it, sono raccolte solo riflessioni e processi interiori personali.
Un organismo comunitario diffuso,
- che non prevede una pratica condivisa con cadenze definite,
- che non ha momenti frequenti di condivisione dei vissuti esistenziali,
- che non può coltivare la relazione umana nella ferialità e nell'amicizia di frequentazioni quotidiane,
- che tiene assieme sentire, ed esigenze esistenziali, anche non prossime,
è destinato ad un procedere faticoso e ricco di pericoli.
I due momenti di vita comunitaria, e di realizzazione concreta del Sentiero contemplativo, sono rappresentati da Officina esistenziale/Adm e dagli intensivi trimestrali.
Nel quotidiano le persone sono sole e da sole procedono e altrimenti non è possibile: nei giorni il Sentiero diviene uno stimolo per alcuni, una memoria per altri, per altri ancora oramai un automatismo che opera nel subconscio; infine, per alcuni, qualcosa di vago a cui si torna, forse, tra una identificazione ed un'altra.
Attribuisco grande valore all'esperienza quotidiana che ciascuno vive nella sua solitudine, nel suo organismo familiare.
Allo stesso tempo, gli appuntamenti mensili e trimestrali sono i testimoni, i simboli della personale presenza e dedizione al cammino comune.
Il cammino comune ha un futuro se nel quotidiano si incarna il Sentiero e se, con scrupolo, si rimane fedeli al ritmo mensile e trimestrale.
Chi scrive non è più colui che tiene assieme, che guida, che motiva e che, qualche volta trascina.
Questa nuova situazione, come è stato tante volte sottolineato, copre di responsabilità ogni membro della comunità che diviene l'artefice della vita dell'organismo, il suo custode, colui che la genera e la rinnova.
Non è compito mio segnalare le cadute e i limiti in questo procedere: sebbene essi mi risultino chiari, e a volte mi facciano impallidire, è necessario che la visione reale del procedere personale e comunitario si configuri allo sguardo di ciascuno senza che altri si assumano il compito di supplenti.
Questo diviene possibile solo sperimentando, sbagliando, assumendone le conseguenze su di sé e sull'insieme.
Vivo questa fase come un padre che lascia che il suo figlio vada per il mondo, e che impara a stare in disparte e a tacere.
Vivo anche, e non posso non dirlo perché altrimenti non sarei sincero, una certa perplessità nel constatare come un grande patrimonio comune può, nell'arco di un breve tempo, correre il rischio di divenire solo un ricordo, un sottofondo sempre meno ascoltato fino ad essere riassorbito nella routine del non-compreso.
Ma questo, aldilà di un certo stupore che mi suscita, non mi deve riguardare: questa è la vita delle persone ed esse debbono, veramente, fare ed operare secondo il loro sentire presente.
Colui che brontolava, richiamava, stimolava è morto: un cammino non è tenuto vivo da qualcuno che ci guida, è vivo e creativo se pulsa nel nostro interiore e diviene intenzione, pensiero, azione nelle ore e nei giorni.
Trovo che questo padre posso fare ancora altri passi indietro, e li farà non appena altri saranno in grado di realizzare efficacemente quello sguardo d'insieme che permetta di realizzare le scadenze e gli impegni comuni, potendo realizzare quel "lasciar andare completo", quella sorta di abbandono utile al padre e al figlio per divenire completamente autonomi e liberi.
È una sorta di "morte interiore di un mondo e di una funzione" su cui sto lavorando e che è rallentata dai necessari tempi di trasferimento delle funzioni organizzative.
Nei fatti, sta accadendo anche un passo indietro nell'alimentare la vita interiore dei singoli e della comunità stessa: la rarefazione degli scritti, o la non frequentazione di quelli esistenti da parte dei lettori, porta al più profondo e radicale dei distacchi: una comunità di sentire si alimenta di comunione di sentire, di comunione di pensiero, di condivisione di vissuti, di gesti di attenzione e disponibilità.
Chi scrive, non contribuendo più in modo rilevante alla vita del sentire, crea il più grande degli scollamenti, il più pericoloso, e lascia nelle mani del suo prossimo la responsabilità di attingere a quella fonte.
Come scrivevo nel post di ieri, questo processo personale conduce ad una ristrutturazione dell'identità di chi scrive e, sebbene una disposizione all'offrire sempre permanga, essa non è più sostenuta da una interpretazione di sé coerente.