La vita in solitudine e la vocazione a servire

Leggo in questi giorni alcune lettere di Thomas Merton degli anni '50 contenute nel libro: La solitudine del monaco.
È una corrispondenza tra Merton e alcuni interlocutori, tra cui il priore generale dei camaldolesi dell'epoca e riguardano il desiderio di Merton di dedicarsi alla vita di solitudine ed eremitica aderendo all'ordine camaldolese, abbandonando quello cistercense di appartenenza.
Merton rimprovera alla vita cistercense l'eccesso di attività e di liturgia e brama una vita più riservata, di minore coralità e di maggiore solitudine, di minore aderenza alla forma liturgica che imprigiona i ritmi personali.
Ci sono dei paralleli tra questo anelito di Merton e quello che Catia ed io abbiamo realizzato: anche noi desideravamo una vita libera dai vincoli di una comunità di appartenenza e abbiamo disposto tutto affinché la riservatezza e la solitudine fossero le cifre del nostro vivere.
Per anni abbiamo cercato di conciliare la vita in solitudine con la vocazione a servire e ad accompagnare, e con il procedere assieme ad una comunità di persone dedite all'interiore; i fatti di questi giorni sono una evoluzione logica di quelle premesse e le riaffermano con forza: solo dal silenzio di sé può sorgere la parola o il gesto utile all'altro.