La vocazione alla solitudine e la comunità

Mi commuove e mi suscita partecipazione leggere dell'odissea esistenziale di Thomas Merton, quel divenire consapevole della sua vocazione alla solitudine e il rimanere incastrato nella scelta a suo tempo fatta aderendo ad una congregazione cenobita.
Vedo la mia esperienza e la tensione tra il procedere assieme e la necessità di solitudine.
Per Merton, come per me, la formula monastica forgiata da Romualdo mille anni fa, che combina armoniosamente la vita cenobitica con quella eremitica, rappresenta un modello potente ed efficace, anche e soprattutto nel tempo contemporaneo.
In me, il procedere assieme è un dato che riguarda il sentire, la comunione del sentire, ma non solo: trovo efficace e creativa una relazione distesa, con una prossimità discreta e che preveda ampie aree e tempi di isolamento, di possibilità di ritrarsi.
La Comunità del Sentiero era stata pensata in quest'ottica: una officina esistenziale che lasciasse ampi margini ai percorsi personali in solitudine, anche perché ciascuno dei suoi membri era parte di una famiglia, o comunque di un mondo suo d'origine.
La Comunità ha marcato il suo limite non in questa visione ispiratrice, ma nella capacità dei suoi membri di far vibrare una autentica vocazione monastica, seppure intesa nel modo proprio del Sentiero.